Davide Dalmas – Franco Fortini-Vittorio Sereni, Carteggio 1946-1982
[ a cura di L. Daino, Quodlibet, Macerata 2024 ]
Il carteggio messo a disposizione da questa edizione conta 142 “pezzi” (77 di Sereni, 65 di Fortini) che, a parte una lettera, episodica, del 1946, si collocano in un trentennio aperto nel 1952. Come mostra il curatore, però, il cuore sta tra la fine degli anni Cinquanta e tutti gli anni Sessanta. Alcuni sono semplici biglietti ma quante sono le lettere lunghe e impegnative! La cosa colpisce tanto più visto che i due vivevano entrambi a Milano e condividevano anche il luogo di vacanza alla foce del Magra. Dal carteggio stesso emerge quanto fossero frequenti le telefonate e gli incontri di persona ma è evidente che lo spazio specifico della scrittura epistolare resta necessario.
L’illuminante introduzione di Daino prova anche a motivare questa necessità, non sottraendosi alla lettura “psicologica”: è proprio la dimensione epistolare, nella sua natura di scrittura insieme distanziante e intima, che permette il dispiegarsi, da una parte, della «vigorosa predilezione per l’uomo Sereni» (p. xxi) e di «un’altrettanto forte ammirazione, una sorta di invidia, per il Sereni poeta» (p. xxii) e dall’altra la «formidabile stima, anche questa screziata di invidia, nei confronti del Fortini intellettuale » (p. xxiii), come se ciascuno vedesse nell’altro una possibilità non realizzata di sé «allo stesso tempo attraente e respingente» (p. xxiv).
Il libro è utile da diversi punti di vista: per la storia del lavoro editoriale, con Sereni direttore e Fortini lettore professionale per Mondadori, ben rappresentato nell’Appendice, o per la storia delle riviste, con lo straordinario scambio a proposito di «Questo e altro »; ma soprattutto per l’interpretazione della poesia. Sereni considerava Fortini il suo interprete migliore, capace anche «di riattivare un’inclinazione», di entrare «a far parte del mio stesso lavoro, riflessioni, illuminazioni» (p. 191), come si vede nella lunghissima contrastata composizione di Un posto di vacanza; e in modo ancora più diretto nel finale di La pietà ingiusta, dove il mozzicone di mano che scrive sulla parete è tratto di forza dal capitolo 5 del libro biblico di Daniele che Fortini gli invia riassunto. Altrettanto fondamentale è il rapporto nell’altra direzione: Sereni è meno critico letterario ma decisivo è il suo intervento per la composizione di Una volta per sempre e di Questo muro; e nel corso degli anni cresce anche la sua stima per la poesia di Fortini, rendendo meno asimmetrico il rapporto da questo punto di vista, finché nel 1972 gli scrive: «hai raggiunto un impasto tra sensibile e riflessivo che solum è tuo e che mai era stato così evidente» e quindi: di «questo libro [Questo muro] puoi essere orgoglioso» (p. 278).
Il carteggio contiene esempi mirabili della storia della lettera come forma del saggio: «la realtà ci illude presentandosi come omogenea, le ideologie offerte sul mercato come intercambiabili e l’“Altro” sempre più respinto in una zona indefinita, dove i cavallanti tartari agitano le loro lance… […] Io a quei cavallanti tartari – chiamali Eterno Iddio, Morte e Dannazione, Popoli Sottosviluppati & Coloniali, Cino- Cubani o Cubo-Cinesi; metafore per dire qualcosa che è (idest: dev’essere) qui, fra noi, alle porte di casa o della città… – ci credo fermamente […], e se non ci fossero loro, nello spazio bianco fra un verso e l’altro, allora sarei davvero solo un cembalo risonante» (pp. 118-119).
Passi come questo, tra Baudelaire e l’apostolo Paolo, non sfigurerebbero nei migliori saggi di Fortini e, assieme a diverse pagine di Sereni (come ad esempio il “ritratto parallelo” tracciato il 25 ottobre 1962), fanno sì che, al di là dell’interesse critico e documentario, questo sia un libro vero e proprio, da leggere dall’inizio alla fine. Fine che si può anticipare al 17 maggio 1981 quando Fortini cita il Commiato che conclude Alcyone, alludendo sempre al comune posto di vacanza ma anche, in modo più coperto, alla possibilità di un rapporto di fratellanza profonda, al tempo stesso necessaria e impossibile, tra due poeti: allora d’Annunzio e Pascoli, ora Fortini e Sereni.

