[ ExCogita, Milano 2024 ]
Della scrittura epistolare di Luciano Bianciardi si conoscevano sinora solo pochi esemplari: le lettere all’amico grossetano Mario Terrosi, che le pubblicò in volume, con qualche omissione, nel lontano 1974: le missive scambiate con Italo Calvino in vista di una possibile stampa einaudiana della Vita agra (che però non ci fu); quelle con il pittore piombinese e “compagno d’esilio” a Milano Furio Cavallini; e infine qualche altra lettera sparsa inviata ad interlocutori illustri come Delio Cantimori, suo professore alla Normale di Pisa, e ad altri. Non molto, ma quanto basta per farsi almeno una prima idea della scrittura irriverente, puntuta e antiretorica di uno degli scrittori più originali degli anni Sessanta.
A rendere più nitida e dettagliata quell’immagine è ora il triplice volume dei carteggi curati da Arnaldo Bruni per la casa editrice ExCogita di Milano, suddiviso per tipologie di destinatari: il primo comprende le lettere ai familiari, mentre il secondo e il terzo (di cui si attende a breve l’uscita) saranno dedicati rispettivamente alla corrispondenza con gli amici e con altri interlocutori professionali (bibliotecari, professori, traduttori, ecc.). A trilogia ultimata, il corpus consisterà di 443 lettere, tutte di Bianciardi e in gran parte inedite; e tutte, come recita il titolo complessivo, rigorosamente «inutili», cioè «disinteressate» (a precisare il senso dell’aggettivo è lui stesso in una lettera all’amico Tullio Mazzoncini), e chi ha letto La vita agra, il capolavoro romanzesco di Bianciardi, sa bene quanto contasse per lui ciò che non è riducibile alla logica capitalistica del profitto: «disinteresse» e «disattivismo » erano per Bianciardi l’unico antidoto alla vuota frenesia degli anni del boom economico di cui quel romanzo è, forse, la testimonianza più feroce e acuta.
Una caratteristica, l’inutilità, che emerge benissimo soprattutto dalle 70 lettere inviate alla madre Adele Guidi, nucleo centrale di un volume composto in totale da 123 missive e di cui costituiscono il capitolo più interessante sia dal punto di vista umano che documentario. Umano, perché da queste pagine private emerge la complessa psicologia di un eterno figlio, costantemente in debito nei confronti della “mamma maestra” (s’intitola così uno degli ultimi scritti autobiografici di Bianciardi), costretto ogni volta a dissimulare i sensi di colpa per aver abbandonato lei, la moglie e Grosseto per inseguire il successo (e l’amore) a Milano, e per non dedicarle, ora, abbastanza tempo. In perenne ricerca dell’approvazione materna, Luciano fa quasi tenerezza quando il 25 aprile 1964 le scrive di aver visto il film di Lizzani tratto da La vita agra e, dopo averle raccontato le reazioni del pubblico e qualche retroscena sui protagonisti Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli, si congeda da lei chiedendole se lo ha riconosciuto nel piccolo “cameo” in cui, sulle note di una canzone di Jannacci, insegue il suo alter ego Luciano Bianchi (interpretato da Tognazzi) nella vana ricerca di un dialogo con gli operai milanesi.
Ma anche sotto il profilo documentario il carteggio con Adele è decisivo perché copre interamente il periodo 1960-1970 arrestandosi appena un anno prima della morte del loro estensore, avvenuta nel novembre del 1971: è il decennio di più intensa attività letteraria per Bianciardi, che pubblica nel 1960 L’integrazione, nel 1962 La vita agra, nel 1964 La
battaglia soda, nel 1969 Aprire il fuoco e il Viaggio in Barberia, ma parallelamente lavora anche per il cinema e per la radio, pubblica racconti e prosegue instancabile l’attività di pubblicista e di traduttore avviata nel decennio precedente. E oltre a confidare alla madre gioie e dolori del mestiere di scrittore, le parla anche d’altro: nel 1965, quasi scherzosamente, le annuncia di aver scritto sei storie per altrettanti caroselli televisivi dei famosi Baci Perugina (due, dice, gli sono state accettate, e il compenso è stato più che soddisfacente), ma anche una riscrittura in italiano moderno del Decameron di Boccaccio per Rizzoli, che però si arena dopo qualche mese. Nel 1968 le parla invece di un libro sulla televisione concluso (Il convitato di vetro) che però non vedrà mai la luce (un volume con lo stesso titolo, pubblicato postumo nel 2007, è in realtà la raccolta degli articoli di critica televisiva che Bianciardi scriveva per «l’Avanti!»). Due anni più tardi, nell’agosto del 1970, le comunica l’idea di un «nuovo romanzo » che si intitolerà La distonia ma che probabilmente non farà in tempo nemmeno ad abbozzare (vi si accenna, infatti, ancora in un articolo del 1971 per il «Guerin sportivo», come a un lavoro in fieri).
Nell’indisponibilità attuale delle carte dello scrittore, andate disperse dopo la sua morte, si tratta di indizi essenziali per ricostruirne il lavoro. E meritano un cenno particolare, a questo proposito, due lettere del 21 e 29 luglio 1964 da Rapallo, dove Luciano si era trasferito da qualche settimana con la compagna Maria Jatosti e il figlio Marcello. In esse, aggiorna la madre su un lavoro che lo sta impegnando molto e a cui sembra tenere in modo particolare: la sceneggiatura a quattro mani, con il regista Luigi Turolla, di un film su un tema del tutto inconsueto per quegli anni: la storia d’amore, ambientata a Milano, «fra un ragazzo milanese e una ragazza negra. La tesi è che anche in Italia esiste il razzismo» (p. 105). Turolla, nato a Milano nel 1932, si era fatto le ossa girando documentari per la Edison insieme a Ermanno Olmi e nel 1962 era riuscito a farsi distribuire il suo primo lungometraggio (La mano sul fucile) da Angelo Rizzoli, che esattamente nello stesso anno aveva pubblicato anche La vita agra. Il tema del nuovo film era così ambizioso e in anticipo sui tempi che non fu mai realizzato, forse proprio per la mancanza di coraggio di Rizzoli, che all’ultimo momento, a quanto pare, si tirò indietro.
Annotate con sobrietà e finezza da Arnaldo Bruni, che ha fatto in tempo a consegnare il lavoro all’editore poco prima di lasciarci nell’ottobre del 2025, le lettere di questo primo volume sono anche un felice esempio di quella che dovrebbe essere oggi (ed è sempre meno) la pratica del commento. Sepolti da note spesso ridondanti e preceduti da interminabili cappelli introduttivi, molti classici del Novecento sono diventati spesso il pretesto per sfoggiare un’erudizione accademica fine a se stessa, che poco ha a che fare con la natura di opus servile del commento sostenuta da Franco Fortini e difesa più volte, in passato, anche dalla rivista «Allegoria». Al contrario, gli apparati di Bruni, misurati ed essenziali, si limitano a fornire al lettore comune i dati strettamente utili alla comprensione senza mai prevaricare il testo e lasciando agli specialisti il compito di esplorare nuove piste.