[Germania 2025]
di Michele Sisto
All’ultima Berlinale, Wim Wenders, grande ex del cinema impegnato, pur di non rompere il silenzio istituzionale della Germania – e di quel che resta dei suoi intellettuali – sul genocidio di Gaza, ha dichiarato che il cinema dovrebbe «tenersi lontano dalla politica». È proprio quello che non fa Amrum (il titolo italiano, L’isola dei ricordi, è tanto melenso quanto fuorviante), di Fatih Akin, non solo il maggior regista tedesco vivente ma anche una delle poche personalità pubbliche a prendere posizione contro la “ragion di stato” con cui la Germania nega il riconoscimento della Palestina e rifornisce di armi Israele. Ambientato nella primavera del 1945, il film racconta con grande delicatezza narrativa e una fotografia magnifica, ispirata ai paesaggi di Caspar David Friedrich, la storia di un dodicenne di Amburgo, Nanning, che, rifugiatosi ad Amrum, una piccola isola del Mare del Nord, per sfuggire ai bombardamenti alleati, si mette avventurosamente in cerca di pane bianco, burro e miele – allora introvabili – per la madre che ha appena partorito. Nei suoi incontri con la gente dell’isola scopre a poco a poco che la madre è un’hitleriana fanatica (al punto da denunciare la contadina che le potrebbe procurare il burro), il padre un ideologo del Reich (autore di trattati sulla razza) e che tutta la sua famiglia fa parte dell’élite nazista che occupa l’isola (e ha fatto finire la fidanzata ebrea dello zio Theo nei campi di sterminio).
Potrebbe sembrare il solito film ortodosso su quella “memoria” che la Germania si affanna con gran pompa e scarso costrutto a “elaborare”, se non fosse che oggi, come ha ben mostrato La zona d’interesse di Jonathan Glazer (2023), qualsiasi discorso sul nazismo non può non evocare il genocidio in corso in Palestina. «Per me il mondo occidentale, con il suo sistema democratico e capitalista, sta crollando. E quando il capitalismo è intimidito ricorre al fascismo», ha dichiarato Akin: «Questo film mi ha fatto pensare a quello che succede oggi: ovviamente gli Usa non sono nazisti ma un sistema autocratico molto potente, e i Paesi del cosiddetto mondo libero sono come vassalli. Chiaramente non parliamo della stessa cosa, ma anche oggi la gente è spaventata dal potere, e non protesta».
C’è anche un problema generazionale: «Da un lato i tedeschi oggi si vogliono sentire innocenti, dall’altro sanno che sono imparentati con chi ha commesso i crimini dell’Olocausto. Un sentimento che ha portato agli attuali rapporti economici e militari con Israele». Ripercorrendo gli ultimi giorni di un progetto etnonazionalista fondato sull’imperialismo, sul razzismo e sulla guerra, Amrum mette radicalmente in discussione il mito dell’appartenenza: «Tu non sei di Amrum» dicono i ragazzini dell’isola ai loro coetanei profughi dal fronte orientale come al “continentale” Nanning. Gli anziani però raccontano che da Amrum moltissimi, per sfuggire alla miseria, sono emigrati (anche l’antifascista zio Theo è approdato a New York), e che qualcuno di loro adesso è nell’esercito americano che viene a “liberare” la Germania.
Che cosa significa – riflette il regista di origine turca – appartenere a un luogo? Che cosa vuol dire essere di Amrum, essere tedesco, europeo, israeliano? La risposta la dà il solo amico di Nanning, l’isolano Hermann, omonimo di Melville e lettore di Moby Dick: «Chi è veramente di Amrum prima o poi deve lasciare quest’isola». La famiglia di Nanning, caduta in disgrazia insieme al regime, la sta appunto lasciando, imbarcata sullo stesso carro su cui all’inizio erano arrivati i profughi dall’est. Una di questi, a cui Nanning ha generosamente salvato il fratello dall’affogamento, ferma il carro per donargli una piccola collana, in segno di gratitudine. E lui, per la prima volta in tutto il film, sorride. Il riscatto è possibile, dunque? E il ritorno, persino? Nell’ultima scena, ottant’anni dopo la fine del Reich, vediamo Nanning, anziano e commosso, contemplare la distesa del mare dalle sponde della “sua” isola. Come sia mutata la Germania nel frattempo, il film non lo mostra. Ma il suo silenzio su Gaza lascia spazio ai più cupi presagi.
Ultimi articoli
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.