[ trad. it. di D. Biagi, Feltrinelli, Milano 2024 ]
In Italia, prima della Metà della vita, di Terézia Mora erano apparsi il suo primo romanzo, Tutti i giorni [2004], tradotto da Margherita Carbonaro per Mondadori nel 2009 e riedito da Keller nel 2020, e la sua seconda raccolta di racconti, L’amore tra alieni [2016], tradotta da Daria Biagi per Keller nel 2021 (la prima raccolta di racconti, l’esordio letterario di Mora, risale al 1999). La pluripremiata scrittrice ungherese – che dal 1990 vive a Berlino, scrive in tedesco e traduce dall’ungherese al tedesco – ha tuttavia licenziato anche una trilogia romanzesca che si spera possa venir presto resa accessibile al pubblico italiano. Diversamente dalle precedenti opere di Mora, La metà della vita è incentrato su una figura femminile, Muna Appelius, che racconta in prima persona vent’anni della sua vita, dall’autunno del 1988, a pochi mesi dal suo diciottesimo compleanno d’età e soprattutto dal crollo del muro di Berlino e della DDR, dove Muna è nata e ha vissuto, alla fine degli anni Dieci del XXI secolo, quando Muna sta per compiere quarant’anni. Se il filo rosso della narrazione è la relazione distruttiva tra Muna e Magnus Otto, un uomo più grande di lei e come lei nato e cresciuto nella DDR, il tema del romanzo è però più complesso. Muna è infatti un personaggio ambivalente in cui convivono due “forze” di segno contrario che rendono problematico giudicarla. Sconta anzitutto un’educazione alla servitù che la inchioda a un destino di dipendenza affettiva e di autodistruzione.
È cioè una donna-serva che ha interiorizzato, come ha osservato la stessa Mora, una profonda misoginia e che è perciò inesorabilmente attratta da uomini che “le stanno sopra” e che finiscono in un modo o nell’altro per maltrattarla e abusare di lei. Il significato del suo nome, di origini arabe, ‘desiderio’, appare quindi antifrastico perché Muna riesce a suscitare o a esaudire il desiderio altrui, non a perseguirne di propri. Da qui la sua continua postura seduttiva (che è l’altra faccia della devozione servile), la sua tendenza a imitare gli altri (a essere passiva, obbediente, manipolatrice), la sua penosa richiesta di attenzioni e di riconoscimento e il suo sistematico autosabotaggio (in particolare rispetto a una possibile carriera accademica, quella non a caso perseguita da Magnus). Ma Muna non è solo un personaggio vile e traumatizzato sempre uguale a se stesso: a questa forza che la trascina verso il basso e la acceca, a questo polo ossessivamente uniforme, si contrappone infatti una forza di segno contrario, che esalta la molteplicità della vita e la dimensione della possibilità.
Muna è intelligente, ironica, sensibile, stupefacente. Al contrario di Magnus, immobile e annichilito, è intraprendente e piena di vita e, oltre a una spiccata e coraggiosa confidenza coi margini e con gli innumerevoli “alieni” in cui si imbatte (la stessa confidenza rivendicata da Mora), nutre una traboccante passione per gli altri, una passione testimoniata anzitutto dal modo che ha di raccontare (e poi di scrivere) le sue innumerevoli storie, un modo che è sì monologico e deformante e in fondo inattendibile, ma che è anche continuamente teso ad accogliere e a far sentire le voci degli altri, a osservare e mostrare altri mondi possibili. Muna, insomma, è nello stesso tempo un personaggio predestinato, travolto da una forza oscura che la trascende – da un trauma le cui radici vanno cercate più nei drammi familiari (il padre precocemente scomparso, la madre alcolizzata) che non, in chiave allegorica, nella grande storia (la fine della DDR) – e un personaggio che tenta di autodeterminarsi, di reagire all’autodistruzione alla quale sembra condannata e di prendere in mano quel che resta della sua vita (nel finale, onirico e ambiguo, è in gioco proprio l’altra metà della vita). L’ambivalenza di Muna, scissa tra una dipendenza ossessiva e una vocazione alla libertà, ci spinge a interrogarci sulle ragioni (talvolta davvero inestirpabili) che inducono ad accettare l’aggressività degli altri. E a sopravvivere.