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rivista semestrale

anno XXXVII - terza serie

numero 91

gennaio/giugno 2025

Marianna Marrucci – Patrizia Cavalli, Il mio felice niente 1974-2020

[ a cura di E. Dattilo, Einaudi, Torino 2024 ]

Patrizia Cavalli è un’autrice di primissimo piano della scena poetica italiana tra il secondo Novecento e il Duemila. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2022, è sensibilmente cresciuta l’attenzione della critica nei suoi confronti. Non solo. La sua figura, a cui, tra le altre cose, Annalena Benini e Francesco Piccolo hanno dedicato un documentario che la presenta come «la più grande fra i poeti italiani contemporanei » (Le mie poesie non cambieranno il mondo, Fandango 2023), sta entrando, per quanto in punta di piedi, nell’immaginario pop dell’Italia presente. Si colloca in questa cornice di consacrazione ad ampio spettro l’antologia curata da Emanuele Dattilo e pubblicata da Einaudi, che è anche l’editore della quasi totalità dei libri di poesia di Cavalli, da Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974) a Vita meravigliosa (2020).

L’obiettivo dichiarato è quello di «esporre un ritratto, il più possibile ricco ed esauriente, della poesia di Patrizia Cavalli», il cui asse centrale e le cui «qualità più originarie ed evidenti» – prosegue la Nota al testo – stanno nella «leggerezza» e nella «brevità epigrammatica», oltre che nel tema amoroso. Le poesie sono disposte in ordine cronologico «seguendo l’edizione delle raccolte», così da restituire un percorso artistico lineare dagli esordi fino all’ultimo libro. Essendo un’antologia, il ritratto che ne emerge riflette l’interpretazione del curatore, che ha scelto i testi a suo parere più utili allo scopo di presentare la «varietà dei registri e dei temi» dell’opera cavalliana (Nota al testo). Per quanto Dattilo dichiari di riconoscere anche la presenza, nell’opera di Cavalli, di «una forte urgenza gnomica o cognitiva, filosofica, quasi sapienziale, sviluppata maggiormente in poesie di più largo respiro, fino ai veri e propri poemetti», il quadro che presenta assegna ai poemetti uno spazio piuttosto marginale. Degli otto (notevoli) poemetti di Cavalli sono quattro quelli che trovano spazio nell’antologia: L’io singolare proprio mio, La Guardiana, La patria e La maestà barbarica. Resta escluso, tra gli altri, Con Elsa in Paradiso, che fa parte dell’ultimo libro e sembra dialogare a distanza con la dedica «A Elsa» del libro d’esordio. Eppure nell’Introduzione il discorso di Dattilo prende le mosse proprio dalla «leggenda» che colloca l’origine della vocazione poetica di Cavalli nel rapporto con Elsa Morante: «Sulla nascita della vocazione poetica di Patrizia Cavalli esiste una leggenda» (p. V) e quello che conta è che «Patrizia abbia dato a questo episodio il valore di una leggenda fondativa non solo del suo esser poeta, ma del proprio esistere nel mondo», perché Elsa Morante l’ha riconosciuta prima di tutto «come una creatura, come un destino» (p. VI).

Insomma, per Cavalli «la propria vocazione poetica doveva essere il frutto di un dono» (p. VII), che evidentemente sente di aver ricevuto da Elsa Morante. Viene allora da chiedersi perché escludere proprio un poemetto come Con Elsa in Paradiso? È continuando a leggere l’Introduzione che si trova (forse) la risposta: «Ma nulla sarebbe più ingiusto che storicizzare in questo modo Patrizia Cavalli, trovandole predecessori, maestre o maestri, compagni di strada, e così assegnarle un posto nella poesia italiana» (p. VII). Ebbene, se esiste un modo profondamente ingiusto di parlare di una grande poeta è proprio quello che si affida alla retorica dell’isolamento, fosse pure per dire che si tratta della più grande tra i poeti contemporanei, perché, così facendo, la grandezza che le si attribuisce consiste nel suo essere anomala (un’eccezione) ed estranea a qualsiasi rete intellettuale e genealogica, che sarebbe invece importante ricostruire. Sarebbe importante per restituire la sua opera alla realtà dei richiami e dei legami con altre opere e voci, sottraendola (appunto) alle leggende per riportarla nel mondo, che le sue poesie, «certo sì», «non cambieranno», ma potranno stimolare a immaginare diverso, dato che ne reinventano le forme e gli sguardi nello spazio della poesia.