[ a cura di G.P. Romagnani, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2024 ]
Sarebbe riduttivo definire il lavoro di Gian Paolo Romagnani nei termini di curatela. Il volume ripercorre la «lunga amicizia» tra Carlo Dionisotti e Alessandro Galante Garrone attraverso la loro corrispondenza, ma Romagnani restituisce un quadro storico, teorico e culturale assai articolato, che si serve del carteggio e a un tempo lo supera. Prova di ciò sono due elementi: la suddivisione del testo in capitoli tematici (che rispettano la progressione cronologica delle lettere) e l’inserimento di documenti estranei allo scambio (missive, scritti, appunti inediti). D’altra parte, come si legge nella Premessa, l’edizione del carteggio con Dionisotti è uno dei progetti rimasti incompiuti di Galante Garrone, di cui Romagnani è stato allievo.
Alla lettura del volume emerge che il vero centro è la storia. La storia intesa quale ambito e prospettiva di ricerca, sugellata dal passaggio di Galante Garrone dalla magistratura all’insegnamento universitario, dalla ricostruzione dei suoi maggiori temi di studio, dal crescente interesse di Dionisotti per gli «uomini, che prima di studiare e studiando […] fanno tante altre cose non meno importanti degli studi» (p. 31) – espressione che ricorda da vicino l’“orco” di Marc Bloch –, e ancora dagli scritti inediti di Galante Garrone sul «Dionisotti storico» (p. 170 e sgg.). Ma anche la storia intesa come progressione di eventi nel tempo, dagli anni Quaranta alla fine del XX secolo, nei confronti di cui i due interlocutori si trovano di volta in volta à faire face instaurando un dialogo serrato.
Da questo punto di vista non si leggono senza interesse le pagine relative al sentimento di sconfitta degli azionisti negli anni post-bellici (pp. 15-17, 64). È però su altre questioni che il carteggio si infiamma. In uno scambio appassionato successivo all’assassinio di Carlo Casalegno la divergenza è netta. Dionisotti giudica lo «Stato italiano costituzionalmente incapac[e] di esercitare la normale giustizia» (p. 68), e ravvisando un clima da «guerra civile» (p. 77) sottolinea la necessità di «vendicare Casalegno» (p. 67), giacché «le guerre», scrive il 5 novembre 1978, «si combattono con le armi, non con le toghe» (p. 68). Dal canto suo, Galante Garrone esprime il proprio dissenso: «siamo anche noi lo Stato, questo Stato, noi che per anni ci siamo adoprati […] perché realizzasse il meglio delle speranze […] della Resistenza […]. Non voglio credere che resti soltanto la vendetta e la guerra» (p. 70).
In questo sfondo, la critica di entrambi alla magistratura e all’amministrazione giudiziaria assume sempre maggior peso (cfr. pp. 58, 118-121, 162).
Qui si potrebbe osservare che il riferimento di Romagnani all’articolo Il paese non giusto di Galante Garrone avrebbe forse meritato maggiori precisazioni. Approcciando l’articolo attraverso una lettera di Dionisotti del 9 agosto 1986, Romagnani mette l’accento sulla critica di Galante Garrone «alla classe politica» (p. 122, n. 63); in questo modo sfugge il senso dell’allusione dionisottiana allo «sconcio delle carcerazioni e delle scarcerazioni » (p. 123), vero centro dell’articolo, sul quale Romagnani non dà però informazioni.
Ma il carteggio va ben oltre la sfera dello studio e del confronto. Alle lettere di natura teorico-critica si accompagnano, contestualmente, le lettere di carattere più privato. Eloquenti a tal proposito gli scambi relativi al momento di difficoltà di Giovanna, figlia di Galante Garrone (pp. 35-39), al rapporto tra padri e figli (p. 125), all’inquietudine per il degradarsi delle condizioni di salute di parenti e di amici (cfr. pp. 47, 95). È all’interno di questa dimensione più intima che emerge il profondo attaccamento dei due ai valori della Resistenza e ai maestri e ai compagni di quella stagione; una stagione che ha permesso loro, come scrivono, di respirare «aria alta e pura» (pp. 87, 149). Grazie al sapiente lavoro di Romagnani, questo volume permette anche a noi di respirare un po’ di quell’aria.