[ Feltrinelli, Milano 2024 ]
Alma di Federica Manzon – vincitore del Premio Campiello 2024 – è la storia di un nostos in cui viaggio e racconto coincidono: quando la protagonista parte per tornare a Trieste, il motivo è una lettera scritta dal padre prima di morire in cui le viene chiesto di cercare un amico d’infanzia perduto, Vili, con il quale i rapporti si erano brutalmente interrotti. Il viaggio è dunque lo spunto principale della narrazione: man mano che Alma si avvicina al luogo che molto problematicamente chiama(va) “casa”, i ricordi riemergono a tracciare i contorni di una storia sommersa e, insieme, di un’eredità familiare complicata.
Il romanzo si articola in tre sezioni che richiamano i tre giorni della celebrazione pasquale: La città (Venerdì Santo), La guerra (Sabato Santo), Patrimonio (Domenica di Pasqua). Il viaggio di Alma è quindi sì un viaggio geografico tra Roma e Trieste, ma anche un cammino interiore di purificazione e riconciliazione col passato e le sue colpe: quelle collettive, legate alle tragiche vicende della dissoluzione dell’Unione Sovietica, in cui il padre era coinvolto in prima persona, e quelle personali, che il romanzo si incarica di svelare. Ad attendere Alma sul finale, allora, è una domenica che sa davvero di resurrezione: non solo perché, in senso simbolico, i morti – reali e metaforici – ritornano a chiudere i conti, ma anche perché la vecchia Alma può essere congedata per fare spazio a una nuova versione di sé, che da vittima del passato se ne fa, finalmente, erede.
Gli elementi su cui si costruisce il racconto, presi uno per uno, non sono particolarmente originali: il rapporto problematico con un padre assente che appare inconoscibile ai figli è un grande classico della letteratura di ogni tempo e nazione; le città di frontiera, per lo meno dal Novecento, possono considerarsi luoghi di forte interesse narrativo; il tema della famiglia allargata e frammentata – che nel romanzo si specifica nel personaggio di Vili, difficilmente inquadrabile in una categoria: è un amico? Un fratello adottivo non canonico? – è diventato, negli ultimi venti anni, sempre più centrale nella narrativa italiana contemporanea. A distinguere questo romanzo dagli altri sono, semmai, i momenti storici che fanno da sfondo alla vicenda (la caduta di Tito, ma anche la chiusura dei manicomi dopo la legge Basaglia), e uno stile che, quando non indulge in facili sentimentalismi, lascia intravedere il timbro di una voce potenzialmente riconoscibile.
Qualche intuizione formale e una storia ai margini, tuttavia, non riescono a salvare Alma dal sembrare un’occasione mancata. Arrivati al finale, il viaggio si compie come da manuale, senza incrinature: i nodi vengono sciolti, le fratture ricomposte, i legami riallacciati. Lo stesso passato che per l’intero romanzo aveva fatto problema si risolve, nelle ultime pagine, in un’immagine del tutto pacificata. Purtroppo, a farne le spese è proprio il potenziale narrativo del romanzo: l’ambiguità, le contraddizioni e i vicoli ciechi a cui la Storia – e le storie personali – inevitabilmente conducono.