allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXVII - terza serie

numero 92

luglio/dicembre 2025

Michele Sisto – Silvia Cassioli, Wilma

[ il Saggiatore, Milano 2024 ]

Come Il capro (2002) aveva per oggetto la vicenda del “mostro di Firenze”, così al centro di Wilma c’è un caso di cronaca nera, l’assassinio di Wilma Montesi avvenuto sulla spiaggia di Torvaianica il 9 aprile 1953. Entrambi non sono però che un pretesto per indagini romanzesche che riguardano altro: il fatto di sangue, non tanto per la sua efferatezza quanto per l’attrazione che esercita su un’intera comunità, è un’occasione eccezionale per esplorare il coro di coloro che pretendono di giudicarlo, interpretarlo o anche solo raccontarlo. Scritto prima del Capro, ma pubblicato dopo, il romanzo è costruito come un collage di citazioni, alla maniera degli Ultimi giorni dell’umanità di Kraus o di certe opere della neoavanguardia che Cassioli per formazione ha ben presenti.

Organizzate in sedici capitoli (da «W1» a «W16») dedicati ad altrettanti episodi (dal ritrovamento del cadavere nell’aprile del 1953 alla conclusione del processo nel gennaio 1957, non necessariamente disposti in ordine cronologico), centinaia di voci si avvicendano con ritmo incalzante, ridotte a brandelli di una riga o due, al massimo di mezza pagina, generalmente (ma non sempre) seguite, tra parentesi dall’indicazione della fonte. A dire la loro su Wilma e sul mondo sono vicini di casa, familiari, poliziotti, giudici, politici, passanti, mitomani, e soprattutto giornalisti, dai cronisti anonimi del «Corriere della Sera», «L’Unità» o «Epoca» a Indro Montanelli e al giovane Gabriel García Marquez (Gabo), che seguì il caso per il quotidiano «El Espectador».
Anche in un’opera di questo genere apparentemente asettico e obiettivo il narratore è dappertutto: è lui a selezionare le voci, a organizzarle secondo un proprio progetto, e a influenzare così, impercettibilmente, il giudizio del lettore. Ma qui il narratore non si nasconde affatto: spesso e volentieri la sua voce fa capolino fra le altre, per commentarle o parodizzarle.

Una frase, una semplice interiezione («uuuuuuuuh!»), un’immagine (il romanzo è fitto di stilizzatissimi disegnini in bianco e nero dell’autrice, la cui familiarità con le arti figurative è testimoniata dai suoi libri per bambini come dalla recente raccolta poetica Madrigali con figure, 2023) fanno da controcanto al titolone urlato di un giornale o alla sussiegosa perizia di un medico legale; a volte è la semplice giustapposizione di citazioni contraddittorie a metterle reciprocamente in discussione; ma ancora più spesso sono citazioni inventate, più o meno palesemente false, a fare da contrappunto a quelle vere, rivelando, con effetti spesso esilaranti, la bêtise di un’Italia degli anni Cinquanta a cui la nostra ancora assomiglia in misura inquietante. Accanto al maschilismo e alla misoginia, che qui come nel Capro sono in primo piano, emergono il classismo, la bigotteria, la violenza delle autorità, la morbosità del giornalismo, il desiderio di celebrità della piccola gente abbagliata dallo scintillio della società neocapitalista.

Queste incursioni della voce narrante, dallo sguardo peraltro inconfondibilmente femminile, si fanno via via più frequenti, tanto che a un certo punto, per il lettore, non ha più senso distinguere tra “realtà” e “finzione”. È qui che lo scavo documentario si fa romanzo. La tragedia di Wilma diventa la commedia dell’Italia che nella tragedia di Wilma si specchia, e Wilma assomiglia sempre meno a un romanzo storico e sempre più a una fantasmatica pantomima, che richiama alla mente le notti di Valpurga del Faust di Goethe, in cui centinaia di personaggi entrano in scena, pronunciano la loro battuta e tornano a scomparire, in un sinistro carnevale che, alla lettura, risulta tanto inquietante quanto liberante. Il motivo per cui dalla lettura di Wilma si esce, in fin dei conti, esilarati, è che la sua narratrice sembra parlarci da un altrove – non rappresentato come per esempio nelle Particelle elementari di Houellebecq, ma evocato per pura forza di stile – dove lo stupro e l’assassinio di Wilma non potrebbero mai essere occasione di sfogo per le pulsioni più basse di un’intera società, e dove della bêtise dell’Italia del passato non si potrebbe che ridere.