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rivista semestrale

anno XXXVII - terza serie

numero 92

luglio/dicembre 2025

Iacopo Leoni – Pierluigi Pellini, Hypothèses céliniennes

[ Firenze University Press, Firenze 2024 ]

Cosa accomuna il rapporto di Voyage au bout de la nuit con la tradizione del romanzo bellico, l’enigma del mot de passe in un oscuro passaggio di Casse-pipe, il legame obliquo che unisce Céline a Zola e gli interrogativi sollevati dalla pubblicazione degli inediti céliniani riemersi nel 2021? L’apparente eterogeneità dei contributi riuniti nel volume di Pierluigi Pellini è smentita dalla presenza di un solido minimo comune denominatore: l’esigenza di proporre al dibattito critico una serie di considerazioni insieme filologiche, storiche ed ermeneutiche. Pur nel loro carattere dichiaratamente ipotetico, tali riflessioni perseguono un risultato preciso: sottrarre l’opera di Céline al rischio di una narrazione polarizzata, valorizzandone le strutture tematico-formali e collocandola entro una cornice culturale e ideologica articolata.

Posto in apertura del volume, il saggio Céline et le roman de guerre mostra come il trionfo della modernità tecnica che segna il Primo conflitto mondiale produca conseguenze decisive sul piano della rappresentazione: nelle sequenze iniziali del Voyage, la guerra è ormai un’esperienza antieroica trasmissibile solo in maniera frammentaria e notturna. Coniugando analisi testuale e prospettiva comparatistica, Pellini ricostruisce una genealogia del racconto bellico in cui La Débâcle di Zola emerge come ipotesto decisivo. Da qui, la rilettura della sequenza del mot de passe in Casse-pipe, interpretata non in chiave psico-biografica alla Richard, ma come allusione a un trauma storico e collettivo già messo in scena dal romanzo zoliano. Vista alla luce di questo percorso, la parentesi bellica del Voyage, con il suo montaggio modernisticamente scorciato e la sua ambientazione “al buio”, rinvia a un Male refrattario a ogni sintesi razionale. Proprio da questa oscurità prenderà forma, tuttavia, il valore salvifico attribuito all’immaginazione.

A conferma di un interesse ricorrente nella riflessione di Pellini, il rapporto tra Céline e Zola ritornerà nel quarto saggio del volume, dedicato all’intervento che l’autore del Voyage pronuncia il 1° ottobre 1933 in occasione dell’annuale Pélerinage littéraire a Médan. Se la ricezione del romanzo d’esordio aveva favorito l’idea di una continuità con il naturalismo, l’allocution introduce una frattura estetica, ideologica e generazionale netta, concorrendo alla costruzione di una nuova postura autoriale e di un diverso orizzonte estetico. Il rifiuto non implica tuttavia una negazione integrale: Céline conserva alcune coordinate fondamentali dell’eredità zoliana – in primis, una cosmografia del Male precisata nella poetica del tout dire – per rovesciarle in una scrittura dominata dalla deformazione soggettiva e dal pessimismo. Ne emerge una concezione di realismo profondamente mutata: non più rappresentazione conoscitiva del mondo sociale, ma trascrizione allucinata di una devastazione insieme individuale e storica.

Senza abbandonare il piano ermeneutico, i restanti saggi si concentrano su questioni più strettamente editoriali e filologiche, legate alla pubblicazione degli inediti ritrovati nel 2021. Ecco che Pellini distingue due «affaires Céline»: la controversia italiana del 1981, sorta attorno alla traduzione di Bagatelles pour un massacre in un contesto ancora dominato dal paradigma etico-politico, e quella francese del 2022, segnata dallo slittamento verso una spettacolarizzazione culturale che promuove a romanzi autonomi testi incompiuti. La riedizione della Pléiade – nota l’autore in uno dei contributi – ha in parte corretto tale deriva, senza però riuscire a sciogliere davvero i numerosi problemi relativi alla datazione e allo statuto dei textes retrouvés. Su questi nodi ritorna l’annexe conclusivo, scritto con Giulia Mela, che interpreta Guerre come un insieme di sequenze redatte tra il 1930 e il 1931 e successivamente scartate, appartenenti al laboratorio del Voyage. Irriducibili alla mera erudizione accademica, simili riflessioni ribadiscono, nel loro complesso, un principio che va oltre il caso Céline: l’importanza di un approccio fondato sulla compenetrazione di rigore filologico, responsabilità editoriale e interpretazione critica.