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rivista semestrale

anno XXXVII - terza serie

numero 92

luglio/dicembre 2025

Marco Fontana – Silvia Cucchi, Storia di un’ambivalenza. Sul diario di Carla Lonzi

[ ETS, Pisa 2025 ]

Carla Lonzi, scrittrice: questa è l’idea che emerge dal saggio di Silvia Cucchi, Storia di un’ambivalenza. Sul diario di Carla Lonzi, che riesce a estendere il profilo della teorica femminista a quello della scrittrice vera e propria. Cucchi legge Taci, anzi parla (uscito nel 1980 e ripubblicato da poco da La Tartaruga) alla luce della stratificazione che percorre il pensiero di Lonzi e si concentra sulla scelta della scrittura diaristica come mezzo di espressione del sé.
I tre temi che reggono il saggio – autocoscienza, scrittura, ambivalenza – vengono estratti dal diario stesso e gravitano tutti attorno a quello più ampio del riconoscimento, elemento su cui si innerva la prima e più forte contraddizione di Lonzi, intellettuale sospesa tra il prendere parte e il rimanere estranea alla Storia. A partire da questo nodo irrisolto, Cucchi decide di muoversi sul doppio binario della militanza politica e della produzione letteraria per esaminare non solo il diario in sé, ma le ragioni formali che hanno portato Lonzi ad adottare questo genere.

Qui emerge la sensibilità estetica di Cucchi, che storicizza le forme mettendole in rapporto dialettico con le necessità del femminismo: il diario viene visto, sì, come il coerente punto d’arrivo del percorso autocoscienziale di Lonzi, ma questa scelta viene fatta poi coincidere con le peculiarità strutturali di una forma che si presta ad accogliere determinati contenuti. Genere a un tempo individuale e relazionale, estraneo alle regole e alla teleologia delle confessioni autobiografiche, il diario diventa formazione di compromesso che media tra il desiderio di estroflettere e di celare una particolarità, permettendo così di articolare il connubio tra autocoscienza e scrittura. Appoggiandosi su un solido apparato critico-teorico, Cucchi spiega come Lonzi riconfiguri il genere diaristico e poi verifica il prodursi di un’ambivalenza che non si dà solo in chiave tematica ma anche estetica, come dimostra la convivenza tra immediatezza espressiva e organizzazione narrativa del vissuto.

Altro aspetto rilevante, poi, è la ricostruzione dei legami con le scritture altrui, territori in cui Lonzi trova margini di confronto non pacifici e dove manifesta il suo posizionamento volutamente defilato nel campo intellettuale. È per questo che, nella parte conclusiva del saggio, Cucchi si concentra sulla dimensione relazionale – «nel diario parlo di rapporti, non di persone», scriveva Lonzi – ed esamina il tentato dialogo con Pasolini e Morante, due figure esterne al femminismo da cui estrapolare, ancora una volta, una sofferta patente di riconoscimento intellettuale. Ma se con Morante c’è una diversa concezione del binomio tra vita e scrittura, con un «fratello» come Pasolini è diverso il modo di rifiutare la cultura borghese e ancora più aspra è la mancanza di dialogo, come dimostra il fatto che la problematizzazione dell’aborto legale già proposta da Lonzi passa sotto silenzio nel celebre scritto corsaro del 1975. Si tratta in ogni caso di rapporti, in anni di ridiscussione del movimento di Rivolta Femminile, diventano un termometro per misurare la più ampia parabola del femminismo italiano – motivo per cui in Taci, anzi parla Cucchi vede a ragione una sintesi esemplare dei cambiamenti di un movimento di cui Lonzi è stata insieme protagonista e interprete.

Ora, nella valorizzazione del motivo dell’ambivalenza lonziana condotta nel saggio poteva esserci il rischio della sua implicita romanticizzazione, della presa d’atto di una soggettività costitutivamente non incasellabile e scissa. Ma questo rischio è vanificato dall’operazione storicizzante di Cucchi, che nel suo volume ha il merito di ricostruire il contesto d’azione di Lonzi, di mostrarne i momenti di crisi, e infine di contestualizzare la pratica di scrittura diaristica alla luce di un’attenta compenetrazione tra fattori formali (l’affidamento a un genere disarticolato e privo di strutture) e necessità contenutistiche (il desiderio di coniugare libertà singolare e plurale per declinare in forma nuova la dimensione del soggetto).