[ Treccani, Milano 2025 ]
Se dovessi indicare il libro più importante tra i molti dedicati a Pasolini nel 2025 – un anno davvero affollato, complice il cinquantennale della morte, da tante e diverse pubblicazioni – la scelta cadrebbe senza dubbio su Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini di Andrea Cortellessa. Il motivo per cui questo volume si distingue è la prospettiva ermeneutica adottata dall’autore, che intreccia critica letteraria e critica d’arte con esiti interpretativi nuovi e, in alcuni casi, controcorrente.
L’obiettivo è quello di riprendere e rileggere l’ambiguo rapporto di Pasolini con l’arte, la sua «paura dell’arte» (p. 55), e, per farlo, di «usare, come reagente “esterno” al corpus letterario e cinematografico di Pasolini, un campo di segni che in verità – a sentir lui, ma anche seguendo i movimenti concreti del suo lavoro – era tutt’altro che esterno: quello delle arti visive. Non tanto le opere della tradizione artistica […] bensì quelle assai meno pacifiche dell’arte del suo tempo» (p. 48). E infatti in Una ragione di più per andare all’inferno l’opera pasoliniana viene messa in relazione, per citare alcuni nomi, con Jackson Pollock e Andy Warhol, il Living Theatre, gli happening e le performance – in particolare quelle dell’amico di gioventù Fabio Mauri – la Neoavanguardia e il Gruppo 63, spingendosi fino ai giorni nostri con Elisabetta Benassi.
L’analisi si concentra sull’ultimo decennio di vita e di attività di Pasolini, dalla pubblicazione di Alì dagli occhi azzurri fino al postumo Petrolio, senza tuttavia trascurare raffronti e collegamenti con la produzione precedente, in particolare quella degli anni della formazione. Cortellessa riesce a intercettare linee di continuità tra momenti diversi dell’opera pasoliniana e a individuare forme di influenza che sono rimaste silenti per lungo tempo: è il caso, ad esempio, dell’attitudine tutta pasoliniana al vedere e all’esser visto, di cui vi è traccia già nei Quaderni rossi e che tornerà con maggiore evidenza nel servizio fotografico realizzato da Dino Pedriali. Davvero significative sono le interpretazioni che Cortellessa propone di Teorema e Salò o le 120 giornate di Sodoma e di La Divina Mimesis e Petrolio: opere che vengono lette, rispettivamente, in parallelo, quasi come fossero due coppie di dittici, perfetti esemplari della sineciosi pasoliniana e del suo controverso rapporto con l’arte visiva.
L’unico vero punto debole del libro è la sua natura composita e reticolare, che rischia talvolta di frammentare l’argomentazione, nonostante il tentativo di impostare il saggio in modo circolare e l’inserimento di riferimenti intratestuali precisi (lungo tutto il testo, i numeri di pagina inseriti fra parentesi rimandano alle altre sezioni del libro in cui si è parlato o si parlerà della medesima opera o del medesimo argomento, aiutando chi legge a rintracciare senza sforzo i collegamenti interni). Il volume è caratterizzato, inoltre, da un ricco apparato fotografico che, inserito direttamente dentro il corpo del testo, è legato strettamente all’analisi critica che viene condotta pagina per pagina e che offre a chi legge l’immediata possibilità di vedere la relazione tra l’immagine e l’interpretazione. In conclusione, il merito dell’autore è soprattutto quello di affrontare frontalmente la complessità dell’opera pasoliniana senza banalizzarla né oscurarla. Al contrario, la complessità di Pasolini viene esaltata intercettando chiavi di lettura, intersezioni e stratificazioni dei linguaggi e dei significati che caratterizzano la sua produzione. Cortellessa fa quindi vedere, in questo modo, come è possibile comprendere e interpretare un capolavoro senza ridurlo a feticcio. Ed è così che emerge la vera modernità di Pasolini.