[ Quodlibet, Macerata 2024 ]
Allieva di Pierre Bourdieu e tra i principali mediatori del suo pensiero in Italia, Anna Boschetti ha scritto diversi libri fondamentali (alcuni dei quali attendono ancora la traduzione in italiano) per lo sviluppo della teoria dei campi. In L’impresa intellettuale: Sartre e «Les Temps modernes» (1984) l’ha collaudata prima ancora che Bourdieu ne desse la formulazione più articolata in Règles de l’art (1992, da lei stessa tradotto con Emanuele Bottaro nel 2005).
Con La poésie partout: Apollinaire homme-époque (2001) ne ha mostrato l’efficacia non solo nella ricostruzione dei contesti, ma anche nell’analisi e nell’interpretazione dei testi, superando anzi la stessa fuorviante opposizione fra testo e contesto, e aprendo una strada più tardi percorsa da Pascale Casanova nello straordinario Kafka en colère (2011). In Ismes: du réalisme au postmodernisme (2014) l’ha generalizzata alla dimensione transnazionale, indagando come alcune categorie fondanti del discorso letterario abbiano avuto una genesi locale e storicamente molto connotata, per poi essere adottate in paesi diversi (qui lo studioso a cui è più vicina è Christophe Charle) con manipolazioni a volte al limite del rovesciamento.
Almeno a partire dall’articolo La genesi delle poetiche e dei canoni: esempi italiani («allegoria» 55, 2007, pp. 42-85), ha dedicato numerosi studi alla letteratura italiana, centrati prevalentemente sulla figura di Elio Vittorini e in parte raccolti nel recente Teoria dei campi, Transnational Turn e storia letteraria (2023). Ora, con Benedetto Croce: dominio simbolico e storia intellettuale, affronta una nuova sfida, anche questa di notevole portata: ampliare l’orizzonte d’indagine al di là del solo campo letterario, e ricostruire, attraverso un’analisi serrata delle prese di posizione di un intellettuale che ha dominato la cultura italiana per quasi mezzo secolo, come il prestigio e l’influenza si basino su una serie di lotte per l’egemonia combattute in campi diversi, spesso molto lontani tra loro e organizzati a volte sulla base di regole addirittura opposte.
Vediamo così Croce, col suo habitus padronale da proprietario terriero (colto in folgoranti ritratti di D’Ovidio e Labriola), intervenire a più riprese nei campi storiografico, letterario, politico, filosofico, editoriale, e muoversi con estrema abilità anche in quello giornalistico. Proponendosi di riscostruire non una biografia (individuale) ma una traiettoria (sociale), Boschetti affronta ottant’anni di storia e un’enorme mole di materiali senza la velleità, che anima la maggior parte degli studi su Croce e in genere sugli scrittori, di ricondurre a unità e coerenza una serie di prese di posizione che coerenti non sono, ma dipendono dalle battaglie di volta in volta in corso. Se il capitolo più impressionante è quello dedicato allo scontro col filosofo Federigo Enriques, sul quale convergono molte delle tensioni che innervano il libro (come quella fra nazionale e transnazionale, che in questo caso vede Croce trionfare in Italia ma Enriques surclassarlo all’estero), quelli dedicati al campo letterario (da leggersi in parallelo a A regola d’arte: storia e geografia del campo letterario italiano di Anna Baldini, 2023) sono i più dialettici.
È infatti approfittando delle basse soglie d’accesso che caratterizzano il campo letterario che Croce, considerato dai filosofi accademici poco più di un dilettante, riesce ad accreditarsi come teorico, giocando di fatto su due tavoli: «Uno “scrittore” per i filosofi, un “filosofo-scrittore” per i letterati», scrive Boschetti. Ed è qui che si osserva un caso notevole di eterogenesi dei fini, perché la sua attività di animatore di riviste e collane, sostenuta dal nitore della sua scrittura saggistica e dalla sua vena di polemista, contribuisce in modo decisivo alla costituzione delle strutture, materiali e simboliche, del campo letterario italiano del Novecento, tanto che proprio l’Estetica, nonostante la sua impostazione tardoromantica, diventa il baluardo riconosciuto dell’arte pura contro il dominio del mercato.