Vittorio Celotto, Chiara De Caprio – Un lieto fine. Il libro delle fiabe di Calvino
Le Fiabe italiane (1956) costituiscono uno snodo decisivo nell’opera di Italo Calvino e un laboratorio in cui convergono riflessione teorica, narratologia e ricerca linguistica. Il lavoro di selezione, traduzione e riscrittura organizza il patrimonio folklorico italiano in un “libro di fiabe” coerente sul piano macrotestuale: gli interventi autoriali manipolano gli originali perseguendo economia narrativa e simmetria. In tale quadro, Calvino sceglie di aggirare le implicazioni socio-culturali che il problema della cultura popolare sollevava in quegli anni per autori come Gramsci e De Martino, preferendo seguire un approccio comparatistico e formalista (Aarne, Thompson, Propp) al fine di ridefinire la fiaba come dispositivo narrativo e stilistico. Centrale risulta la costruzione di un italiano vivo e colloquiale, in grado, per un verso, di restituire il dinamismo morfosintattico e la concretezza lessicale delle migliori versioni dialettali, per altro, di contribuire alla creazione di un organismo narrativo esatto e scattante, privo di sbavature e giri a vuoto. La raccolta segna così un passaggio cruciale nella definizione della lingua narrativa calviniana.
Fiabe italiane (1956) represents a pivotal moment in Italo Calvino’s oeuvre and a workshop in which theoretical reflection, narratology, and linguistic inquiry converge. Through a process of selection, translation, and rewriting, Calvino organizes Italy’s folkloric heritage into a macrotextually coherent “book of folktales”: his authorial interventions reshape the original texts in pursuit of narrative economy and structural symmetry. Within this framework, Calvino chooses to bypass the socio-cultural implications that the question of popular culture raised at the time for thinkers such as Antonio Gramsci and Ernesto De Martino, preferring instead a comparative and formalist approach (Aarne, Thompson, Propp) in order to redefine the folktale as a narrative and stylistic device. Central to this project is the construction of a vivid and colloquial Italian, capable, on the one hand, of preserving the morphosyntactic dynamism and lexical concreteness of the finest dialect versions and, on the other, of contributing to the creation of a precise and agile narrative organism, free from redundancies and unnecessary digressions. The collection thus marks a crucial stage in the formation of Calvino’s distinctive narrative language.

