Un vuoto senza ascesi. Vicissitudini della soggettività nella trilogia diaristica landolfiana
Il contributo indaga la trilogia diaristica di Tommaso Landolfi (LA BIERE DU PECHEUR, Rien va e Des mois) con l’obiettivo di fornire un quadro generale dell’immagine di soggettività che ne emerge. Posto che nell’universo landolfiano, di segno marcatamente disforico, la presenza invadente dell’autocoscienza causa una impossibilità dell’io ad agire sul mondo, ciò inficia anche la costruzione di un’identità personale stabile: l’io è pertanto trattato come qualcosa di indefinito e che «non si dà». Sebbene presenti molti tratti potenzialmente affini alla mistica, quello di Landolfi non è tuttavia un percorso di ascesi finalizzato al miglioramento spirituale: egli si riduce piuttosto a subire il vuoto per mancanza di alternative credibili. La sua negatività non è insomma una poetica: a dimostrarlo è la presenza a testo anche di slanci positivi, in particolare verso la figlia, scarsamente sottolineati dalla critica. Essi sono però, naturalmente, provvisori: l’immagine più fedele dell’io landolfiano sarà allora quella di un’altalena, costretta a dondolare tra poli emotivi opposti senza identificarsi in nessuno. Il suo habitat residuale è una sorta di limbo equidistante dal paradiso e dall’inferno, dominato da una uniforme «catatonia spirituale».
The contribution investigates Tommaso Landolfi’s diaries (LA BIERE DU PECHEUR, Rien va, Des mois) with the aim of providing a general overview of the emerging image of subjectivity. As in the Landolfian universe, marked by dysphoria, the invasive presence of self-consciousness causes an inability of the self to act upon the world, this also undermines the construction of a stable personal identity: the self is therefore treated as something indefinite and that «non si dà». Although this presents many potentially similar signs to mysticism, however, Landolfi’s one is not a path of ascesis aimed at spiritual improvement: rather, he is reduced to enduring the void due to a lack of credible alternatives. His negativity is not an author’s poetics: this is also demonstrated by the presence of positive impulses in the text, particularly towards his daughter, which have been rarely emphasized by critics. These impulses are, naturally, provisional: the most faithful image of the Landolfian self is then that of a swing, forced to oscillate between opposite emotional poles without durably identifying with any. Its residual habitat is a sort of limbo equidistant from paradise and hell, dominated by a uniform «catatonia spirituale».

