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Maria Truglio, Italian Children’s Literature and National Identity: Childhood, Melancholy, Modernity

[Routledge, New York-London 2018]

Il volume di Maria Truglio riporta all’attenzione la questione della costruzione dell’identità nazionale nel periodo critico della fase postunitaria e dello sviluppo dell’Italia liberale, analizzando in che misura e attraverso quali dispositivi narratologici la letteratura per l’infanzia contribuì in maniera significativa all’allestimento di un racconto a servizio del progetto di nazionalizzazione. Se il motivo dell’indagine non è nuovo, piuttosto interessanti appaiono gli schemi interpretativi utilizzati per lo svolgimento dell’analisi, i quali fanno riferimento all’area degli studi culturali e alla psicostoria. L’applicazione di categorie psicanalitiche alla interpretazione del racconto nazionale, così per come risulta tessuto ed elaborato in seno alla letteratura per l’infanzia contemporanea, permette infatti di apprezzare note inedite sulle strutture identitarie che vennero proiettate sul processo di formazione degli italiani. In particolare, l’analisi condotta dalla studiosa americana su un ampio repertorio di testi appartenenti al canone della letteratura per l’infanzia italiana di età liberale punta l’indice sulla scoperta di una proiezione malinconica, sintomo dell’attraversamento di una fase traumatica che investì l’orizzonte identitario di una nazione chiamata al compimento di una rapida crescita. D’altra parte, il progetto borghese di omogeneizzazione nazionale, già per sé portatore di spinte violente, legate all’affermazione autoritaria e in chiave pedagogico-normativa di meccanismi di riconoscimento collettivo, ebbe a complicarsi di un’ansia di modernizzazione evocatrice solo in superficie di rassicuranti miti del progresso e di retoriche entusiasmanti sull’avvenire. Lo scavo dentro i testi per l’infanzia – da questo punto di vista esemplarmente rappresentativi della individuazione di un terreno preferenziale di coltura per il radicamento di una narrazione a vocazione pedagogica, che avrebbe dovuto puntellare l’immagine in divenire della nazione – offre invece la possibilità di rinvenire la latenza di sentimenti malinconici, indizi dell’estendersi di un’ombra inquieta, dietro la quale si mascheravano tanto la difficoltà di gestione di complesse dinamiche psicocollettive, quanto motivi di angoscia riferiti alla perdita di un oggetto indefinito. Così, l’attraversamento critico della letteratura per l’infanzia tra Unità e crisi dello Stato liberale diventa un interessante piano di esame clinico sulla cui linea di sviluppo si intravedono l’affiorare di sofferenze emotive procurate dall’incombere di un greve senso del dovere, il rimescolamento emotivo di sentimenti contraddittori, generati dalla smania di crescere speditamente e allo stesso tempo dalla sensazione di perdita di pezzi del proprio Sé e, quindi, l’imbattersi in sindromi nostalgiche, spesso simbolicamente accostate alla figura mitica di una terra antica (il Meridione) guadagnata alla partecipazione ad un faticoso compito collettivo, per l’acquisizione di una nuova condizione identitaria.

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Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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