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Pietro Baccino - Difendere i particolari. Gianni Celati, i folli, gli altri

Il saggio propone un’interpretazione del mutamento che interessa la poetica di Gianni Celati nel passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta. Vengono analizzati i presupposti teorici che Celati sviluppa, parallelamente all’elaborazione dei suoi primi quattro romanzi, nella convinzione che in essi siano già visibili alcune tra le spinte contraddittorie che porteranno, negli anni Ottanta, al superamento di una scrittura fondata sulla «proliferazione linguistica» di un personaggio folle e marginale. Anche l’operazione decisamente anti-autoritaria del primo Celati è, come è stato detto del Sessantotto, duplice e per certi versi ambigua; il suo senso, e i problemi che essa pone, vengono qui analizzati richiamando la critica di Derrida alla Histoire de la folie di Foucault, da un lato, e la riflessione classica di Jameson sul postmodernismo dall’altro.

The essay offers an interpretation of the change that affects Gianni Celati’s poetic during the 1970s and 1980s. The theoretical assumptions developed by Celati, while comprising his first four novels, are analysed in the belief that they could show some of the contradictory thrusts that would lead him, in the 1980s, to leave behind a writing based on the “linguistic proliferation” of a ‘fool’ and marginal character. The decidedly anti-authoritarian operation of the first Celati is, as in-line the movement of 1968, twofold and problematic; the meaning and problems it poses are analysed by drawing on Derrida’s critique of Foucault’s Histoire de la folie, and Jameson’s classic reflection on postmodernism.

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allegoria82

Nei termini di Marx il lavoro chiama in causa nello stesso tempo il regno della necessità e il regno della libertà. Ci sembra che questa ambivalenza possa essere una chiave di lettura dei testi letterari sul lavoro, considerati cioè come formazioni di compromesso rispetto a questa doppia natura del lavoro moderno. Anche quando il lavoro è abbrutimento resta vivo un frammento di senso, e viceversa, anche quando il lavoro realizza l’individuo resta vivo un frammento di estraneità e di asservimento. 

 

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