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Roberto Ubbidiente - Eduardo De Filippos Theaterwerk. Zwischen Zelebration der neapolitanischen Popolärkultur und Dramatisierung eines kriegsbedingten Familienwandels

[ K.nigshausen & Neumann, Würzburg 2019 ]

Eduardo De Filippos Theaterwerk rappresenta la monografia germanofona più ampia e articolata prodotta finora su Eduardo. Ubbidiente indaga la poetica del drammaturgo napoletano, affiancando a un’analisi dell’opera teatrale un percorso complesso e variegato nel suo universo espressivo, in cui è centrale l’incontro tra la cultura popolare e il contesto sociale. Il carattere innovativo dello studio si rivela già nel confronto di De Filippo con i propri “padri”: Eduardo Scarpetta e Luigi Pirandello. Il rapporto con il secondo, in particolare, è contraddistinto da un legame dialogico in cui si fronteggiano l’ammirazione e la consapevolezza di un’alterità drammaturgica. Se reminiscenze pirandelliane popolano le opere di Eduardo, è sulla concezione dei personaggi che si realizza, secondo Ubbidiente, la contrapposizione al “maestro” siciliano e si dispiega un percorso creativo segnato da una differente impalcatura strutturale e teorica: l’autore dovrà partire da un’osservazione diretta della realtà, ma sarà in grado, allo stesso tempo, di anticiparla, invertendo il consueto ordine di imitatio/speculum, dove la prima non è un’imitazione, ma una precisa riproduzione del reale nel senso di «“Abbildung” [rappresentazione] des costume» (p. 172).

Viene, dunque, da chiedersi, parafrasando Federico Frascani, qual è la realtà a cui De Filippo si rivolge. È a questo punto che Ubbidiente offre uno squisito excursus attraverso le parole e gli sguardi di visitatori, ammirati e non, che si sono susseguiti nell’arco di circa quattro secoli della percezione di Napoli e dei suoi abitanti, ripercorrendo i motivi etno-antropologici sedimentatisi al fondo dell’habitus della “napoletanità” e che riaffiorano ricorrenti sulla superficie rituale della vita quotidiana.

L’immagine idilliaca della Napoli dei riferimenti storici, delle armonie del paesaggio e dei richiami mitologici sfocia in quella sociologicamente connotata dei lazzari, il popolo minuto che affolla i vicoli e i  bassi dell’intricata urbanistica della città, per perdersi, infine, nella disgregazione morale del Novecento, in cui si realizza il definitivo distacco dall’“Armonia perduta”. Ubbidiente osserva come non sia soltanto l’amarezza per una “Napoli di oggi” ma anche una «Sehnsucht [una struggente nostalgia] nach dem “Napoli di ieri”» (p. 202) a realizzare il connubio dal quale risulterà l’immagine della città del Vesuvio nel teatro eduardiano. L’incontro fondativo tra “amarezza” e “nostalgia” si osserva sullo sfondo di una ritualità quotidiana a cui il drammaturgo accorda un ruolo di primo piano, testimoniato dal ricorso insistente alla tematica gastronomica.

Organizzando la riflessione sul cibo come “sistema di segni” (Barthes) da “decodificare”, il momento del pasto e la cucina napoletana diventano rappresentazione dei rapporti umani all’interno della famiglia. Proprio la disgregazione dell’istituzione familiare e la drammaticità dei risvolti sociali della guerra completano la panoramica sul “moralismo eduardiano”. Dall’indifferente ricorso alla illegalità quale forma di ascesa sociale (Napoli milionaria!), alla critica socio-culturale di «uno dei più grandi ritratti femminili della storia del teatro» (Bisicchia), Filumena Marturano, e, infine, al “disordine” dell’incomunicabilità familiare (Mia famiglia), Eduardo ricostruisce la nuttata di Napoli e problematizza la comunicazione umana nella società, che si configura, così, come quintessenza del suo teatro.

Recuperando l’intera tradizione critica e fondandosi su un’analisi integrale delle commedie, il saggio si rivela, da un lato, un importante punto di riferimento per la futura eduardistica, a cui si spera sia presto accessibile in lingua italiana; dall’altro, un invito ad allargare lo sguardo a orizzonti ancora poco esplorati, come le poesie e la produzione teatrale prebellica, per offrire, in una prospettiva ad ampio raggio, il complesso universo di uno dei maggiori rappresentanti del teatro italiano del Novecento.

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Nei termini di Marx il lavoro chiama in causa nello stesso tempo il regno della necessità e il regno della libertà. Ci sembra che questa ambivalenza possa essere una chiave di lettura dei testi letterari sul lavoro, considerati cioè come formazioni di compromesso rispetto a questa doppia natura del lavoro moderno. Anche quando il lavoro è abbrutimento resta vivo un frammento di senso, e viceversa, anche quando il lavoro realizza l’individuo resta vivo un frammento di estraneità e di asservimento. 

 

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