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Anna Maria Tamburini - Margherita Guidacci. La poesia nella vita

[ Aracne, Roma 2019 ]

Frutto della recente ripresa d’interesse per la poesia di Margherita Guidacci è anche la monografia di Tamburini, che riunisce contributi usciti in sedi diverse nel corso degli ultimi anni. Il volume ripercorre l’intero arco dell’esperienza poetica della Guidacci, dagli esordi fino all’uscita postuma di Anelli del tempo (1993), e contiene tre capitoli di taglio generale e due che scendono nel dettaglio delle principali raccolte. La giustapposizione fra i saggi talora si avverte: si incontrano infatti pagine che mancano di amalgama e portano i segni delle sciolte redazioni originarie. Ma il discorso di Tamburini da una sezione all’altra del volume restituisce un quadro critico coerente. La discussione precipita alla fine su una forte sottolineatura dell’«incandescenza» della poesia di Margherita Guidacci (p. 288), ossia dell’appassionata adesione dei suoi versi a un’esistenza vissuta in tensione verso l’eterno, fra drammi personali, tragedie che colpiscono la collettività (i conflitti o le stragi eversive) e luminose prospettive di senso aperte dagli affetti privati e da una sincera e universalistica fede in Dio. Meno però ha rilievo questa conclusione, che può apparire scontata per quanto meritoriamente lontana dai toni apologetici e un po’ queruli che toccano talora la critica guidacciana, rispetto ad alcune parti dell’indagine che si dimostrano di maggior interesse. Mi riferisco alle sezioni che discutono delle fonti bibliche della poesia di Margherita Guidacci (pp. 79-108 e passim) e allo spazio dedicato all’importanza per la poetessa della poesia di Rilke (pp. 154-184). Niente in apparenza di nuovo: si tratta di capisaldi già della riflessione critica sulla poesia guidacciana. Ma della Scrittura Tamburini sa cogliere nello specifico l’importanza che rivestono i libri sapienziali, e soprattutto sa mettere in relazione i loro versetti con i vertici disforici e euforici della poesia di Margherita Guidacci. Coglie così molto bene uno dei modi peculiari con cui la poetessa luce alla condizione costantemente liminare e inquieta dell’uomo, che, se consapevole dell’eterno, non può riposare sulla finitezza delle proprie gioie né abbandonarsi al dolore che può attraversarlo, come se questo fosse cifra e rivelazione della sua stessa essenza. C’è sempre infatti un “oltre” che la poesia della Guidacci arriva a lambire proprio grazie a Rilke, a cui risale una spinta decisiva, complementare alla suggestione normalmente più in luce che le viene da Eliot, nel considerare la poesia un autentico ponte fra morti e vivi e nello stabilire così un colloquio che abbraccia passato e presente. Altro merito di Tamburini è aver dunque ripreso ed esplorato più a fondo la presenza di Rilke soprattutto nell’opera di esordio, La sabbia e l’Angelo, una raccolta che è beneficiaria, mi pare, delle pagine migliori del volume (in penombra restano invece alcune fra le raccolte successive, come Neurosuite). Va sottolineato anche che queste che appaiono come le conclusioni più convincenti del saggio non derivano dalla sola sensibilità critica dell’autrice, che è sempre vigile e appassionata, ma anche dal suo stesso approccio all’analisi dei testi, che non si arresta ai soli dati letterari ma spazia in cerca di risonanze e conferme nelle opere di traduzione della stessa Guidacci, nelle sue letture, nei suoi numerosi articoli sui quotidiani, nelle testimonianze della famiglia e nelle sue lettere private (molto spazio in tutto il volume occupa il legame sentimentale col cileno Francisco Canepa, che è al centro di Inno alla gioia). Manca, è vero, all’indagine uno studio delle carte d’archivio, che fissandosi sulla genesi redazionale dei testi e delle raccolte sollevi l’analisi al di sopra dell’orizzonte dell’autorappresentazione poetica dell’autrice. Ma l’attenzione costante su quanto dell’attività privata e intellettuale di Margherita Guidacci accompagna la redazione delle poesie permette al lettore di intravedere l’itinerario che s’interpone fra le “occasioni” della vita e la stesura dei testi poetici: ciò che è spesso quanto più giova alla retta intelligenza dei testi.

allegoria82

Nei termini di Marx il lavoro chiama in causa nello stesso tempo il regno della necessità e il regno della libertà. Ci sembra che questa ambivalenza possa essere una chiave di lettura dei testi letterari sul lavoro, considerati cioè come formazioni di compromesso rispetto a questa doppia natura del lavoro moderno. Anche quando il lavoro è abbrutimento resta vivo un frammento di senso, e viceversa, anche quando il lavoro realizza l’individuo resta vivo un frammento di estraneità e di asservimento. 

 

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