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Ken Loach - Sorry We Missed You

[ UK-Belgio-Francia 2019 ]

«Sorry We Missed You» la frase stampata sui biglietti che i corrieri lasciano quando non trovano il cliente è il titolo dell’ultimo film di Ken Loach. Quel «Non c’eri» ma alla lettera «ti abbiamo perso/ mancato ci dispiace», sintetizza la logica brutale di un capitalismo che perde le persone, distrugge le vite; e quel «sorry» può suonare come un «saresti dovuto stare al passo ma non ce l’hai fatta. Peggio per te». Rick, il protagonista, è un uomo senza scampo che, a differenza di molti personaggi della filmografia di Loach, accetta il proprio destino ineluttabile di sfruttato, neo-schiavo di una ditta di consegne. Lavora quattordici ore al giorno, guida nervoso il furgone, la sera rientra a casa e crolla sfinito sul divano. Il nuovo lavoro, e le lusinghe di un’apparente autonomia lavorare con suona meglio di lavorare per sconquassano l’equilibrio di una famiglia già fragile, in cui la moglie Abby assiste gli anziani e i figli badano a loro stessi. Loach e il suo sceneggiatore Paul Laverty hanno costruito una storia che procede per quadri, scandita da episodi che accumulano frustrazioni nelle relazioni con il mondo esterno e, specularmente, inaspriscono i conflitti all’interno della famiglia. Se la sceneggiatura ha una progressione prevedibile, il film riesce a restituire qualcosa di più profondo e sottile, che va oltre la superficie del tema pur di estrema attualità. Loach è stato l’osservatore più acuto della disgregazione avviata dalle politiche neoliberiste di Margaret Thatcher. Ha praticato un cinema “fedele al reale”, coniugando il destino dei singoli con quello collettivo, guardando il mondo dalla parte degli oppressi e attestando il graduale affievolirsi dei valori e delle garanzie su cui potevano contare le classi lavoratrici. Il mondo contemporaneo presenta però nuove insidie, e un potere che si insinua nella vita delle persone in modo assai più subdolo. E infatti, al di dell’antagonista in carne ed ossa il palestrato boss del magazzino –, il vero nemico di Rick è la violenta sottomissione del suo tempo e della sua vita al palmare che porta con sé. A segnare i rapporti del nucleo famigliare è il suono ossessivo dei cellulari. Nel film non c’è musica e i suoni elettronici diventano la colonna sonora di relazioni scandite dall’onnipresente telefono, appendice di esistenze che si consumano a distanza. Ancor più interessante è la scelta degli attori e la loro direzione. Loach, da sempre incline a dare spazio a interpreti poco noti o non professionisti, ma sempre attento a individuare presenze forti e nitide, questa volta lavora con Kris Hitchen (Rick) e Debbie Honeywood (Abby) enfatizzando lo smarrimento e la frustrazione dei personaggi attraverso sguardi che non si incrociano, occhi che sembrano non vedere o non voler vedere. Marito e moglie, e i loro figli, sono personaggi sfuggenti, obliqui, che finiscono per farsi del male a vicenda. Abby, figura chiave del film, è una presenza straziante proprio a partire da quegli occhi che, nell’affannarsi quotidiano, non hanno il tempo di soffermarsi su nulla. La disgregazione di cui ci racconta Loach passa attraverso scelte di regia che restituiscono il venir meno della forza della presenza e dello sguardo, che sono alla base della tessitura di possibili complicità. E infatti gli atti di ribellione di ciascuno dei membri della famiglia sono soprattutto eccessi di rabbia dall’esito autolesivo perché, appunto, non c’è più alcuna rete di sostegno sociale, sindacale, politica che sappia tenere unite queste vite e questa rabbia. Mark Fisher, a proposito del fatalismo con cui oggi le classi subordinate accettano la propria condizione, notava che «gli individui incolpano sé stessi, piuttosto che le strutture sociali». Nel film infatti la lotta si consuma nel cerchio ristretto di un nucleo famigliare e non più contro chi ne ha minato le fondamenta, tra sguardi ciechi e tra le pareti di una casa avvolta nella semioscurità come i personaggi che la abitano. Ciascuno per sé, in una deriva globale ma parcellizzata. Sorry we missed you: ti abbiamo perso ma, soprattutto, ci siamo persi.

allegoria82

Nei termini di Marx il lavoro chiama in causa nello stesso tempo il regno della necessità e il regno della libertà. Ci sembra che questa ambivalenza possa essere una chiave di lettura dei testi letterari sul lavoro, considerati cioè come formazioni di compromesso rispetto a questa doppia natura del lavoro moderno. Anche quando il lavoro è abbrutimento resta vivo un frammento di senso, e viceversa, anche quando il lavoro realizza l’individuo resta vivo un frammento di estraneità e di asservimento. 

 

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