Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Eugenio De Signoribus L’altra passione. Giuda: il tradimento necessario?

[ Interlinea, Novara 2020 ]

Questo libro si annunciava nel precedente, Stazioni (Manni 2018): nelle note a Memoria di Giorgio Caproni, De Signoribus indicava la «soglia tra il e il no, dove sta il non credente-non ateo, il non affidato al cielo né consegnato alla nuda terra. In quei territori si sposta la lingua poetica, fino al limite del conoscibile, davanti all’inconoscibile». Staziona anche L’altra passione, tra somiglianze e distinguo. Le somiglianze sono, come osserva anche Stefano Verdino nella postfazione, nella struttura che ripete il numero 14, quante le stazioni della Via Crucis. Ma ciò che era calvario civile e politico, qui è (diamo fiducia alle definizioni dell’autore) ascolto delle domande che s’affacciano «con insopportabile insistenza, alla mia coscienza» (p. 62) e «monologo interiore di chi attraversa la storia con lo stigma-puer della pietà e dell’interrogazione» (p. 68). I due momenti del libro (Sui passi della passione e L’altra passione) sono così ripartiti: una sezione di 14 poesie, a cui segue una sezione con prosa, poi in carattere minore una (Premessa, dopo), le Note, la Notacongedo. Il primo momento è su Cristo, il secondo su Giuda, entrambi sigillati da un Congedo in versi e una Postilla. Non è una struttura reticente e neppure il ragionamento lo è. Tutto si dice dialetticamente, spietatamente. La prosa delle Note, in particolare, fa passi audaci, anche rispetto alle note in Stazioni che spesso esorbitavano dalla referenzialità: qui la nota lievita, è ragionativa, lucida, non scarta da sé e dai testi che interroga inutilmente (non per questo desiste), tra tumulto e ragione, fissa nel disagio, costellato da brucianti schegge autobiografiche, radici di quel disagio e del dolore.

Giuda non è specchio inusuale (ricordo, oltre a quanto fa Verdino, il recente Zagrebelsky e un libro quasi antico come La gloria di Berto). Giuda è il prescelto che ha dovuto tradire perché si adempisse il disegno di Dio. Da solo, scelse unicamente d’impiccarsi a un albero, condividendo con Gesù un’agonia da guardare dal basso verso l’alto. Ma De Signoribus va oltre. Incluso nella collana «Passio», dedicata alla crisi e alla spiritualità, è un libro che nasce da una «verifica essenziale, non per chi sa, ma per chi si avvicina, come me, con ingenua necessità, alle domande che il Vangelo può porre» (p. 29), senza desiderio di romanzo o allegoria. De Signoribus non è nuovo al corpo a corpo con i testi sacri, se pensiamo all’incidenza dei salmi. In un numero di «Molti» del 2017 l’autore aveva già accostato Caino e Giuda in due prose. Caino proviene dal confronto col nuovo Abele di cui la sua poesia auspica l’avvento da Ronda dei conversi (2005). Giuda, figura nuova, in una prosa qui riconsiderata, muove alla pietà la stessa donna che piange sotto la croce, che ne raccoglie il corpo, trova nelle sue mani i chiodi, la sua speculare passione. Per la poesia di De Signoribus, che ha sempre bisogno di figure, fissare gli occhi su Giuda vuol dire essenzialmente assestarsi non sul tradimento (perché «siamo tutti traditori»), ma sulla disperazione. Il Cristo rivoluzionario, vittima del potere e del «silenzio del padre», nel Monologo chiede al Padre perché anche Giuda debba essere sacrificato. Egli non è l’antagonista, è colui che patisce insieme. La passione di Giuda ha qualcosa di non necessario che anche Cristo avrebbe potuto evitare, e perciò ci turba. La sua disperazione è frutto dell’abbandono: come Cristo, come Caino, anche Giuda è abbandonato dal Padre, buio a cui convergono tutte le linee. Da cui il suicidio, «un atto più in del pensabile» (p. 43). Solo Giuda ha infatti capito, tra il suo tradimento e prima della sua disperazione, che «nessuno può lavare / i peccati del mondo // perché la colpa è colpa / il marchio del flagello // incancellabile» (p. 49). Il poeta, come già negli altri percorsi, sente che il suo ruolo è quello di «sempre al calice amaro / […] dovere attenzione / e sempre alla pena» perché sul fondo emerga chiara (ed è l’ultima parola poetica del libro, quella a cui tende De Signoribus) la sua («mia») verità.

allegoria82

Nei termini di Marx il lavoro chiama in causa nello stesso tempo il regno della necessità e il regno della libertà. Ci sembra che questa ambivalenza possa essere una chiave di lettura dei testi letterari sul lavoro, considerati cioè come formazioni di compromesso rispetto a questa doppia natura del lavoro moderno. Anche quando il lavoro è abbrutimento resta vivo un frammento di senso, e viceversa, anche quando il lavoro realizza l’individuo resta vivo un frammento di estraneità e di asservimento. 

 

Il Tema

Teoria e critica

Il Presente

Tremila battute